scritto da NonSonoKafka il domenica, 21 giugno 2009,23:37
L'ORGOGLIO

L'orgoglio è cosa ben strana.
Alle volte comincia nel pancione della mamma.
Non ci si gira, la testa è
dalla parte opposta a quello
che tutti si aspettano.
Poi si esce.
Si cresce. Si fanno cose.
Se ne imparano altre.
S'impara che il silenzio è meglio
della voce, talvolta. Si chiudono gli occhi
e le braccia conserte rimarcano
questa cosa ben strana che
orgogliosa prende il nome dell'orgoglio.
Poi si ama. Si ama a tal punto
da odiare. Si odia a tal punto da amare.
Per orgoglio si uccide l'amore. Si odia per orgoglio.
Dio minore di coscienze malandate. Il sorriso è affare
da poveri.
Per orgoglio non si mette la punteggiatura
in tutti quei piccoli messaggi di buona notte.
È una gara, l'orgoglio. Una sfida a chi
ne ha di meno.
La paura complica l'orgoglio. Il coraggio
è non averne proprio.
L'orgoglio è cosa ben strana. Comincia
alle volte dentro il pancione della mamma.
Quando si prova a non averne,
forse stiamo sbagliando.
È per orgoglio che assaggiamo
l'umiltà.
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scritto da NonSonoKafka il domenica, 21 giugno 2009,14:08

ALONSO QUIJANO
(Don Chisciotte)



Per adesso il mulino
è fermo. Il catino ai piedi
dell'albero sembra
e la picca digerisce
sangue che non è. Ronzinante
cavalca perplesso verso quello
che il mondo nasconde.
Sono poche le cose grandi
e Dulcinea continua a sospirare
nel sogno di un uomo
che tutto puo' vedere.
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scritto da NonSonoKafka il sabato, 20 giugno 2009,12:13

CONCENTRA IL TUO AMORE SU DI ME
(Maledetti Abba)



Non ero geloso prima che ci incontrassimo
ora ogni uomo che vedo puo essere una minaccia
e sono possessivo e non è carino
mi hai sentito dire che il fumo era il mio unico vizio
ma ora non è vero
ora tutto è nuovo
e tutto cio che ho imparato si è capovolto
ora ti prego

non andare a sprecare le tue emozioni
concentra il tuo amore su di me

è come sparare a una papera seduta
ancora non so cosa hai fatto con me
un uomo cresciuto non dovrebbe cadere cosi
sono come impaurito
quando non ti ho vicino
insoddisfatto, salto il mio orgoglio
ti prego cara...

non andare a sprecare le tue emozioni
concentra il tuo amore su di me
non condividere la tua devozione
concentra il tuo amore su di me

io avevo un paio di affari d'amore
non sono durati molto e sono stati parecchio scarsi
prima pensavo che fosse sensibile
rendeva la verità ancora più incomprensibile
perchè tutto è nuovo
e tutto sei tu
e tutto ciò che ho imparato si è capovolto
che possa fare?


non andare a sprecare le tue emozioni
concentra il tuo amore su di me
non condividere la tua devozione
concentra il tuo amore su di me.
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scritto da NonSonoKafka il mercoledì, 17 giugno 2009,18:06
DI NOTTE, IL CIMITERO

Ci fosse qualcuno
a mescolare nel buio
quella cricca educata di
lumini sanguigni.
Impallidiscono angeli di pietra,
l'erba immobile si fa nera e
conserva polvere d'anime
mentre seccano fiori a mezz'aria.
E le foto...
oh, quelle severe foto di vetro
egoiste per la maggior parte
non guardano a destra
o a sinistra, solo davanti
nei secoli a venire
finché il vivo pagherà
il mortuario domicilio con le sue visite
a singhiozzo stringendo mani,
fazzoletti e qualche proposito buono.

Altrimenti, la fossa comune.
E tanti saluti al 31 di ottobre.

Così come ad ogni preghiera
ideale.
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scritto da NonSonoKafka il martedì, 16 giugno 2009,17:15
LA ROSSA

La Rossa
è una fiamma strana
che ho guardato
spuntare dalle ceneri
e ardere ancora
nella mano danzando
la Rossa è una fiamma sacra
una muta fiamma di passione
che il sole confonde un castello 
la vede brillare al limite dell'orizzonte
la Rossa è ritrovare
mani bianche conosciute
sulla pelle ricordare
che adesso la Rossa
è più di un colore primario.
Un contrasto d'amore
risorto è la Rossa.
Uno slancio d'amore mai andato.
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scritto da NonSonoKafka il lunedì, 15 giugno 2009,20:20
INNAMORIRE

Guardate. Sono troppo belli
per il mondo. Così vicini
Lungo il viale. Seduti al tavolino.
Fra le bocche di un portico. Caduti da
un letto di stelle.
Così vicini, stretti sotto
un singolo ombrello di sogno
noncuranti della pioggia
o delle foglie croccanti d'autunno.
Guardate. Come il loro silenzio
si fa beffe del mondo. Un po' come fece
Dio a Babilonia, distruggono
ogni logica o ragione nel nome
di loro, lì, fermi nell'istante del presente
non vogliono guardare quello
che domani sarà non importa
perché potrebbero non rivedersi.
Domani ne avranno pieno le tasche
di ogni vezzo. Si odieranno come cani.
Diranno cose. Ne faranno altre. Torneranno sui loro passi.
Imploreranno contro un muro. Ogni sera rivivranno quel momento.
Le altalene saranno spoglie. I giardini, muti.
I viali, congelati nel ricordo. Non cadrà neanche la pioggia.
Il cameriere potrà uscire a fumare una sigaretta.
Alle 22.00 penseranno. A fine mese si ritroveranno
con più benzina in macchina e occhiaie in faccia.
Adesso però collezionano parole
come zaffiri .
Ogni sguardo potrebbe per loro
essere l'ultimo.
Si sfiorano. Per sbaglio
si toccano le gote
s'infiammano trovando l'Eldorado
di una coincidenza
osano pensare che il caso sia un argomento
non discutibile. Ma solo in quel momento
si vivono perché domani potrebbero già
odiarsi e il destino maledire
dissacrando la sorte con lacrime,
silenzio e inseguimenti.
Ma adesso guardateli. Così belli
e puri ciascuno priogioniero
nell'incertezza del momento.
Quel momento che forse,
per un caso fortuito,
quel momento che forse
potrebbe anche non tornare.

Ma fate silenzio.
Loro questo
adesso non lo vogliono sapere.
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scritto da NonSonoKafka il martedì, 09 giugno 2009,10:37

CAPITOLO QUARTO

-         un pomeriggio -

 

È di nuovo lì. Seduto. Immaginalo.

Non si aspetta nulla.

O forse si.

L'Occhio indugia sorpreso sullo schermo del PC.

 

Tre messaggi di risposta.

 

Ultima connessione: 12 ore fa.

 

Tre messaggi di risposta.

 

L'occhio scorre impercettibile la griglia del dialogo. La prima frase di Tanja è scritta nella lingua.

La seconda frase di Tanja è scritta nella lingua.

La terza unisce tre segni di punteggiatura per comporre una faccina.

 

Sorridi, Stefano. Ti ha risposto.

 

:-)

:-)

:-)

 

Ovviamente Stefano non capisce subito le prime frasi di risposta scritte nella lingua. Ovviamente Stefano non si aspettava una risposta così repentina.

Ovviamente non il giorno dopo.

Ha un qualcosa di incredibile.

 

Stefano. Esci dal sito. Spegni tutto. Vattene da lì. Tu non hai idea.

 

Ecco. L'occhio si sposta impercettibile verso sinistra.

 

L'inferno è verde.

L'inferno è tutto concentrato in un bollino verde accanto alla foto.

 

Tanja è online.

 

Stefano. Tu non hai idea.

 

Stefano dice: ma ciao...!

 

passano quattro secondi.

 

Tanja dice: ciao

 

Trasmette silenzio anche scrivendo. 

 

Stefano dice: Eu sunt Stefano. ;-)

 

Tu non hai la minima idea Stefano di cosa stai facendo.

 

Tanja dice: conosci la lingua? Sunt eu Tanja!

Tanja estrae la lama.

Stefano è inerme.

 

Tu non hai idea.

 

Fa caldo. Fuori c'è il sole. L'autunno non ne vuole sapere di arrivare.

Quello è il centro dell'universo.

La pupilla si dilata.

Si vedono. Senza vedersi. Inizia la danza.

Tic.

Tic.

Tic.

Romanticismo nevrastenico di un'epoca annoiata.

Tic.

 

Stefano dice: No...cioè....giusto un po'. Io e il PAESE abbiamo un rapporto speciale.

Tanja dice: wow! Davero? Come mai?

 

La sua calligrafia è amabilmente imperfetta. Cosa abbastanza ovvia.

 

Stefano. Fermati. Non andare oltre. Ti prego.

 

Stefano dice: mmmh... Sarei dovuto andare là per un anno. Per lavorare....

Tanja dice: :-) veramente? Di solito sono quelli del Paese che vengono qui per lavorare! Dove di preciso?

Stefano dice: nella Città Bianca.

 

Stacco.

Il tempo si fa immobile.

Il mondo trattiene il respiro. L'universo si sgretola in una frazione di secondo per ricomporsi tale quale un attimo dopo.

Stacco.

Tempo.

Tic.

Tic.

Tic.

Dita sulla tastiera. Il cuore accelera.

Tu-tump...

Tu-tump...

Tu-tump...

 

La danza è iniziata.

 

Tanja dice: :-) io vengo proprio da quella città!

 

Tic.

Tic.

Tu-tump...

Tu-tump...

 

Le sopracciglia si alzano. Lo sguardo si apre come un cielo sopa il mondo.

Le labbra sciolgono in un sorriso.

 

Accade.

 

Il momento ha un qualcosa di...miracoloso.

 

Immagina.

Un'orchestra prima del concerto. Gli strumenti si accordano sulla nota prolungata di un violino solitario. Poi all'improvviso inizia la sinfonia.

Ogni strumento perfettamente simmetrico a un altro.

Nel tripudio della musica. Il pentagramma diviene estasi perfetta.

E' l'uomo che suona lo strumento o viceversa?

 

Sta accadendo questo.

 

Stefano e Tanja. Due strumenti della stessa sinfonia.

 

Torniamo al dialogo.

 

Stefano dice: Oh dio! Non posso crederci! Ma veramente????

Tanja dice: Si! Non sono nata proprio nella Città Bianca, ma in un paese vicino.

 

Stefano vede montagne.

Osserva commosso valli tagliate da fiumi. 

Guarda piccole case fatiscenti emergere come denti cariati su sterminati campi dove le stagioni si alternano lente.

Vede gli occhi del popolo.

Ne ascolta la lingua.

Poi. Guarda una bambina correre verso casa.

Quella bambina è Tanja.

 

Stefano.

È.

Completamente.

Rapito.

 

Tic.

Tu-tump...

 

Tanja dice: senti, ora devo staccare.

Stefano dice: :-( mmmh....peccato. Ti va di scambiare il contatto.......?

 

Il contatto viene stampato immediatamente.

Stefano ha il contatto di Tanja.

Tanja ha il contatto di Stefano.

 

Tanja dice: bene. Allora ci sentiamo lì.

Stefano dice: Spero presto! La revedere! ;-)

Tanja dice: anch'io :-)

Tanja dice: la revedere!

 

Tanja è offline.

Stefano è ancora online.

L'universo ha ripreso il suo corso. Il tempo scorre. Il sole ha iniziato ad avviarsi verso il tramonto.

Stefano è rapito.

Guarda le foto di Tanja.

S'infila non invitato in quel matrimonio popolato di uomini brutti e donne angeliche. Prende Tanja per un braccio.

Lei si gira.

Stefano è immerso totalmente nei suoi occhi azzurri.

Balla con lei.

Due strumenti della stessa sinfonia.

Intorno tutti gli invitati sono immobili.

Congelati.

Partecipi, ma estranei a quella danza.

 

Tu non hai la minima idea di cosa stai facendo. Stefano.

 

Stefano è offline.

Spegne il computer seguendo passo a passo la procedura di arresto del sistema. Ritorna alla vita.

Con l'idea di Tanja.

La conversazione è stata breve. Le parole usate, frettolose. Eppure.

Eppure.

E' capitato qualcosa.

 

Poi.

S'infila silenziosa, non richiesta, l'immagine di lunghi capelli, ricci e castani, che incorniciano un volto piccolo sul quale sono incastonati due occhi nocciola.

In quel momento imperlati da lacrime.

Lacrime di paura.

Lacrime di tristezza.

Lacrime di sincerità.

Lacrime il cui urlo muto è più angosciante di qualunque disumano massacro.

Arianna ha Guernica dentro gli occhi.

 

Arianna in quel momento ha osservato il martirio del suo cuore.

 

Tu non hai la minima idea.

 

Stefano è offline.

 

 

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scritto da NonSonoKafka il mercoledì, 03 giugno 2009,19:35

CAPITOLO TERZO

    - molto simile a una sorta di deja-vu -


Stefano è un insegnante.

Il suo inutile diploma gli sta permettendo da due anni di percepire uno stipendio adeguato a un uomo di 25 anni.

Ha anche una laurea.

Inutile anch'essa. Che al momento non gli sta consentendo di avere uno stipendio adeguato a un uomo di 25 anni.


Sono cose.


In realtà Stefano, di fare l'insegnante fino a due anni prima non gli passava neanche per sbaglio attraverso l'anticamera del cervello.

Mai e poi mai.


Poi accadde il fatto.


Il bando non era accattivante.

Un plico di dieci fogli A4 per spiegare quello che sembrava un progetto interessante. Fuori da un paese non proprio interessante.

Rivolto a un paese interessante.

Il titolo del progetto, prendeva il nome da un condottiero dell'antichità che guidò una strenua resistenza contro l'invasore romano.

Il progetto consisteva nel trasferirsi per un anno in quel Paese e insegnare la lingua mediterranea all'interno di un'università.

Più o meno il progetto consisteva in questo.


Stefano sfogliò i faldoni con l'elenco dei progetti per l'anno venturo. Finché l'occhio non cadde su quell''iniziativa.

Alcuni mesi di training in cui avrebbe imparato le basi della lingua straniera.

Poche settimane per definire un piano d'azione.

E poi. Via. Nove mesi in quel paese.


Gli occhi di Stefano proiettavano nella sua mente le immagini di quel paese.

La sua mente aveva già fatto il chek-in.

A Stefano la cosa piacque a un livello...morboso.

Il suo sangue andò in ebollizione.

Solo dopo aver letto le sette lettere che componevano il nome di quel paese.


Ne parlò con Arianna.

Scoppiò il pandemonio.

Ne riparlò con Arianna.

Lei decise di fare lo stesso identico progetto assieme a Stefano.

Si vedeva lontano un miglio quanto della cosa a lei importasse poco. Ma pur di non separarsi dal suo uomo per tutto quel tempo era disposta a seguirlo fino all'inferno.


Assieme a Stefano.


Compilarono la modulistica.

Inviarono curricula.

Fecero colloqui.

Strinsero la mano a un idraulico che passava per rappresentante consolare.

Stefano assaporò la sua frase.


Siete i soggetti ideali per il progetto”


La cosa ebbe successo.


I giorni passavano.

Il progetto non partiva. Nessuna telefonata dall'ente che organizzava la cosa.

L'ansia cresceva.

Il tempo nutriva la disperazione. Che in questo caso sta per “perdita della speranza”.


Finché.


I due fidanzatini si presentarono, secondo il calendario, nella sede dell'ente. Per iniziare, come da programma lo studio della lingua.

Stefano sudava freddo.

Arianna dato che era fine ottobre aveva semplicemente freddo.


Una segretaria dopo aver chiesto la motivazione di quella visita glielo disse. Scuotendo la testolina e sorridendo come un fottuto boia.

Glielo disse.


Non c'è nessun progetto con quel nome. Evitate di perdere il vostro tempo. Non parte proprio nulla”.


Siete i soggetti ideali per il progetto”

E poi fu il buio.

E poi fu il buio.


Arianna sembrò sollevata dalla cosa.

Stefano ebbe un tracollo.


Aveva investito un anno di vita per scoprire che tutto si riduceva a una mera scoreggia nel vento.

La depressione.

La tristezza.

La disillusione.

Tutte loro facevano a gara davanti alla porta notturna di Stefano. Che nonostante si preoccupasse ogni volta di chiuderla, non c'era mattina in cui lui si svegliava con il battito cardiaco di un infartuato.


Una scoreggia nel vento.


Il soggetto ideale per il progetto”


Poi arrivò Aurora.

Aurora.

Quella che dietro ai monti dirimpetto la casa di Stefano linciavano la notte con le prime lame del giorno, regalando al dormiente, la fine dell'incubo.


Aurora.

Sua madre.

La madre di Stefano.


Di nascosto inviò il background completo del figlio al provveditorato agli studi. Con allegata, domanda di supplenza.


Tempo un mese arrivarono le prime telefonate.


Il soggetto ideale per il progetto”


Tempo tre mesi, Stefano era insegnante d'inglese in una scuola di paese poco distante dalla sua città.

Tempo un anno, Stefano era titolare di una cattedra in una scuola privata della sua città.

A 25 anni.


Canaglia maledetta.


Il soggetto ideale per il progetto”


L'incubo del portavogli vuoto dilaniato dall'Aurora.


E Dio benedica l'Aurora.

Per sempre.


Ma non passò giorno in cui Stefano mescolata alla gratitudine, malediceva con la stessa intesità di un Àugure romano chi aveva fatto saltare quel progetto.

In quel paese.

In un centro abitato il cui nome vuol dire città bianca.


Tutto quello che sarebbe accaduto dopo, molto tempo dopo, trovava in Stefano il grembo ideale dove svilupparsi.


Un dannato feto in gestazione.


Città bianca.


Il soggetto ideale per il progetto”



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scritto da NonSonoKafka il martedì, 02 giugno 2009,20:01

CAPITOLO SECONDO
- una settimana prima -


Arianna è bella.

In questo momento lo è ancora di più.

I lunghi capelli, ricci e castani, le incorniciano il volto piccolo sul quale sono incastonati due occhi nocciola.

In questo momento imperlati da lacrime.

Lacrime di paura.

Lacrime di tristezza.

Lacrime di sincerità.

Lacrime il cui urlo muto è più angosciante di qualunque disumano massacro.

Arianna ha Guernica dentro gli occhi.

Arianna in questo momento osserva il martirio del suo cuore.

Pensala.

Pensala accomodata sul sedile anteriore di un'automobile nera parcheggiata in una piazza deserta. In una sera di settembre.

Un settembre incandescente.

Un settembre in cui i giorni, in cui ogni singolo giorno, non fu che il preludio a quella sera.

Pensala rivestita di dolore.

Pensala rivestita di tristezza.

Pensala ricoperta di sincerità.

La purezza presa a calci.

Quale barbaro meschino ha potuto osare tanto?

Sembra Diana cacciatrice per la prima volta in svantaggio su una fiera.


Quale bestia ha osato tanto?


Accanto a lei al volante, le magra mani strette alla circonferenza del timone, Stefano.

I suoi occhi marroni sono puntanti verso un non definito orizzonte.

È notte.

I suoi occhi marroni sono duri e fermi sulle parole da poco pronunciate.

La fiera ha attaccato la dea.

L'animale ha osato colpire la divinità.


Questo è quanto. La cosa non puo' andare avanti”.

La voce di Stefano è piatta.

Il suo timbro vocale esplora tonalità mai udite prima. Tonalità che Arianna non aveva mai sentito prima.

Certo. Venne il tempo della rabbia.

Ci furono prima altre lacrime.

Ma non come quella sera. Non come stavolta.


Io credo che sia meglio finirla qui. Non vedo...non riesco a vedere una sola buona ragione per continuare questa....questa sciarada”.


Ha appena festeggiato il suo compleanno. Da poco hanno salutato amici comuni.

Sono loro due soli. Adesso.

Forse anche prima.

Arianna quella sera aveva già saggiato qualcosa.

Il suo comportamento alla festa di Stefano rimaneva su un fastidioso “chi va là”.

Tensione accumulata.

Ansia.

Paura.

Qualcosa Arianna aveva già saggiato.

Ne stava avendo la conferma.


Ma...perché? Io non posso credere che fra noi debba finire così... non lo riesco proprio a credere”


Avanti. Coglione. Ritratta tutto quanto.

Non vedi come la stai riducendo?

Rimangiati quello che hai detto. Ora. Immediatamente. Fallo.


Arianna. È inutile continuare di questo passo. Non c'è più lo slancio di prima. È una storia esaurita”.


Arianna scuote lentamente la testa.

Dai suoi occhi non cadono lacrime. Dai suoi occhi scende resina. Nella sua testa si accumulano violente, parole. Vorrebbe usarle tutte per cercare di salvare quello che sembra l'ormai perduto.

Si sforza di rimanere calma. Non ci riesce.

La voce le muore in gola prima di emettere qualunque suono.

Non riesce a dire niente.

Ha già detto tutto.

E mai prima di adesso ha visto quegli occhi.

Ma prima di adesso ha ascoltato quel nuovo, tremendo, suono della voce.


Stefano alza le spalle.

Ruota la testa verso di lei, appoggiandola esausta sul volante dell'automobile nera.

Ha gli occhi chiusi.

Nella vettura c'è oscurità. Le loro sagome si distinguono appena.

Fuori fa caldo.

Lì dentro, è l'Antartide.


Arianna. È finita”.

Lei prova ad abbracciarlo. Il suo pianto è sciolto.

Piange di autentico dolore.

Piange di sincera tristezza.

Piange con triste sincerità.

Perché adesso? Perché proprio ora? Dopo tutto quello passato insieme? Dopo ogni singola condivisione?

Perché?

Perché?


Perché è così, Arianna. Ora basta. Vai a casa. Non dico che non ci sentiremo più. Sono un essere umano anch'io. Tre anni quasi, non si possono comunque cancellare. Ma per il momento...io...devo restare solo”.


Arriva un messaggio sul cellulare di Stefano. Una luce artificiale dal cruscotto.


Lo prende. Legge.


  • Bella festa! Ancora tanti auguri, Sté! -


La sua espressione non cambia. Cancella il messaggio. Ripone lento il cellulare nel cruscotto. Guarda Arianna. Ancora.


È tutto. Mi dispiace”


Arianna è bella.

In questo momento lo è ancora di più.

I lunghi capelli, ricci e castani, le incorniciano il volto piccolo sul quale sono incastonati due occhi nocciola.

In questo momento imperlati da lacrime.

Lacrime di paura.

Lacrime di tristezza.

Lacrime di sincerità.

Lacrime il cui urlo muto è più angosciante di qualunque disumano massacro.

Arianna ha Guernica dentro gli occhi.

Arianna in questo momento ha osservato il martirio del suo cuore.


Apre la portiera.

Stefano non la guarda.

Mette giù la gamba sinistra.


Ehy....”


È tutto quello che riesce a dire.


Lui la guarda. Accenna un sorriso che non è un sorriso.


Lei gli riesce a dare un bacio sulla guancia.

Lui si scosta di poco.


Arianna è scesa dall'automobile nera. Lo guarda da fuori.

Lei è fuori.

Lui è dentro.


Ti prego...”


Stefano. Adesso le prendi la mano. La fai risalire.

La baci. La guardi negli occhi dicendole quanto l'ami.

Ritratta tutto quanto. Fallo adesso.

Fallo ora.


Ciao Arianna”

Chiude la portiera.


-bum!-


La vede che andarsene piano verso la sua macchina parcheggiata poco distante.

Stefano apre il finestrino.


Ecco. Bravo. Così.


Compie un respiro profondo. Infila una mano in tasca. Estrae il pacchetto delle sigarette. Ne sfila una con le labbra.

Infila di nuovo la mano in tasca. Estrae l'accendino.

Arianna ha messo in moto. Sta ancora piangendo.

Se ne sta andando.


Idiota.


La fiammella guizza dalla plastica nera.

La sigaretta è accesa.


La sigaretta è accesa.


Arianna parte sgommando.


Stefano appoggia la testa sul sedile.

Non pensa a niente.

Non sente niente.

È inghiottito da un piacevole vuoto.


Pensa a una città di notte.

Pensa a una piazza deserta.

Pensa a un'automobile nera parcheggiata.

Pensa a un uomo dentro di essa.

Un uomo che fuma.


Sul sedile posteriore dell'automobile nera, una copia di un libro dalla copertina bianca.

Sul fronte, in brillanti caratteri scarlatti, il titolo e il nome dell'autore.


STEFANO GARONOVICH

  • E TU -

poesie


Senza che all'interno della raccolta ci sia una poesia dal titolo “E tu”.





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scritto da NonSonoKafka il martedì, 02 giugno 2009,09:41

CAPITOLO PRIMO

  • Otto mesi prima -


Non entrare in quel sito.

Non devi entrare in quel sito.

Alzati da lì. Spegni il computer. È sabato, c'è il sole. L'autunno quest'anno non ne vuole sapere di arrivare.

Approfittane. Fai qualcos'altro.

Qualunque altra cosa. Ma non entrare in quel sito.


Lo sguardo dell'uomo è annoiato.

Lo sguardo di Stefano tradisce noia mentre l'indice della mano destra indugia sulla rotella del mouse passando in rassegna le foto degli utenti.

Alcuni sono in linea, come rivela il bollino verde accanto alla loro foto.

Altri sono usciti da poco, come rivela il bollino di una tonalità verdognola più chiara.

Altri sono offline. Accanto, la data dell'ultimo accesso.

La comunicazione ai tempi della chat.

L'indice passa in rassegna tutti quanti. Uomini. Donne. Ragazzine e ragazzini decisi a ritagliare il loro prezioso spazio vitale in quella che è una realtà fittizia.

Storia vecchia.

Il principio su cui il millennio è fondato.

Noia. E una costante ricerca di attenzione.

Erano settimane che non entrava in quel sito.

Lo ha fatto oggi.

Lo sguardo di Stefano è sempre più annoiato. Passa in rassegna volti conosciuti della città e volti estranei alla sua vita.

Alcuni sono online.

Altri sono offline.

Stefano al momento è in una fastidiosa via di mezzo. In meno di quindici giorni ha raggiunto tutti gli obiettivi di una vita. Fissato la data per laurea. Trovato un lavoro. Pubblicato una raccolta di poesie dal titolo “E tu”. Senza che all'interno della raccolta ci sia una poesia dal titolo “E tu”.

Lasciato la sua fidanzata Arianna.

Lasciato la sua fidanzata Arianna.

Lasciato la sua fidanzata Arianna.

Nonostante tutto questo Stefano non è felice. Perché?

Perché?

Perché?

Accidia esistenziale post-post-bellica.

Generazione a rischio.

Pessima annata quella degli '83.

È uguale. La motivazione non conta più di tanto.

Questo millennio è unto di noia.


L'indice rotella veloce. Davanti ai suoi occhi marroni passa in rassegna questa fiera di annoiati.

Dai 18 ai 50 anni. Alcuni sono minorenni e hanno ingannato il server. Dati sbagliati pur di avere un lembo di attenzione. Dati esasperati pur di assaggiare quella che potrebbe essere la bellezza via cavo.

Bellezze annoiate di fine estate.

Lo sguardo passa in rassegna tutto questo.

Va avanti per dei minuti. Sta per decidere di uscire dal sito.


Questa mi sembra un'ottima idea.


Ma.

Accade.

La vede.

E' offline.

Ultimo accesso: quattro giorni prima.

La foto è piccola.

Una ragazza in bikini verde. Mezzobusto. Bionda forse. Il naso si avvicina al monitor. L'occhio mette a fuoco la piccola foto.

È lei.

E'...Tanja.

L'ha riconosciuta subito. Sebbene non l'avesse mai vista prima. La città è piccola. Com'è che non l'ha mai vista?

Come ha fatto a non vedere proprio questa ragazza?

Come ha fatto a non vedere proprio Tanja?


Avanti.

Esci immediatamente dal sito.

Non stare a perdere tempo. Non lo fare.

Alzati da lì. Spegni il computer. È sabato, c'è il sole. L'autunno quest'anno non ne vuole sapere di arrivare.

Approfittane. Fai qualcos'altro.

Ma, perdio, non scrivere a quella ragazza.

Pensa al suo ultimo accesso. Quattro giorni fa. Ne passeranno altrettanti prima che lei si riconnetta.

Vattene immediatamente da lì. Cazzo.


L'indice si ferma.

L'indice clicca sulla piccola foto della ragazza in bikini verde, ingrandendola.

Non è possibile.

L'occhio di Stefano tradisce emozione. Non più noia. Noia emozionata.

L'occhio legge le informazioni di contatto.

25 anni.

Bionda.

Single.

Città di........

Ma. I suoi lineamenti. Non si puo' sbagliare. Non è assolutamente possibile sbagliare.

L'occhio passa in rassegna gli album della ragazza.

Una piscina.

Una piazza con un Duomo.

Un matrimonio.

Il matrimonio. Conferma tutto.

Gente che balla in tondo.

Gli uomini hanno lineamenti duri. Marcati. I capelli unti dei maschi ricadono sulle fronti sudate. Sorrisi sdentati sotto nasi paonazzi dal troppo alcool.

Le donne invece. Ah. Le donne invece sembrano angeli. I volti pallidi creano un fastidioso contrasto con quelli abbronzati degli uomini presenti.

La sposa luccica nel suo abito bianco. Accanto a lei posano ragazze in abiti sobri ed eleganti. Gambe lunghe. Chiome sciolte su spalle esili. Sorrisi pregni di purezza ancestrale. Occhi che troppo hanno visto. Occhi rivolti verso l'avvenire.


La ragazza indossa un vestito nero.

In alcune foto ha uno scialle bianco. I capelli biondi ricadono sulle spalle. Gli occhi sono ghiaccio caldo a fine estate. Tanja.

La ragazza in una foto è al centro di un cerchio. Gli invitati alle nozze le ballano intorno. Danzano intorno a Tanja.

Sembrano diavoli che lambiscono un angelo.

L'occhio rivela quello che la mente non osa immaginare.

La ragazza non è italiana.

La ragazza non è assolutamente una figlia del mediterraneo.

Adesso il battito cardiaco di Stefano aumenta.

Non è possibile.

La sua mente osserva montagne.

La sua mente osserva pietose città coperte da neve. Vede foreste buie che si aprono su villaggi.

Le sue orecchie ascoltano i suoni di una lingua bastarda. Vede campi verdi. Vede insegne luminose di multinazionali affacciarsi sulla miseria. Si aggira in periferie grigie staliniane dove sotto la lurida patina comune, si nasconde la preziosa individualità di un popolo.

Il sangue ribolle di una chiamata antica.

Il sangue freme come un Danubio impazzito annientando le dighe della ragione.


Te lo chiedo per favore.

Esci dal sito. Alzati da lì. Resetta il computer. Non stare neanche a seguire la procedura consueta per arrestare il sistema.

Ti supplico.

Ti supplico.

Ti supplico.


Il mouse si sposta con la sua freccia verso l'opzione “inizia conversazione”.

Si apre un quadrato.

Stefano dice. È la pagina di un dialogo teatrale.

Lei è offline da quattro giorni.


Ne passeranno altrettanti prima di leggere qualsiasi messaggio.


Tanja è offline.


Tanja.

Tanja.

Tanja in abito nero che balla nel centro perfetto di un girone infernale. Senza mai sorridere.


La mano destra incontra quella sinistra mentre l'occhio di Stefano si sposta dal monitor alla tastiera.


E.


Non lo fare. Ti prego. Non lo fare.


S.


Vattene subito. Esci dal sito.


T.


Non andare oltre. Non è importante.


E.


-Spazio-


Tic.Tic.Tic. Vocabolario minimo di una lingua bastarda. Quanto basta per sancire una condanna.


F.


Stefano. Te lo chiedo per favore.


O.


Non scriverlo. Non lo leggerà.


A.


E se anche lo dovesse leggere, non ti risponderà di certo.


R.


Sono quattro giorni che non si connette. Lascia perdere.


T.


Non è una frase intelligente. Non la scrivere. Hai fatto di meglio in passato.


E.


-Spazio-


Tic.Tic.Tic. Le dita ballano assieme alla mente. Alla ragione che è una diga in frantumi.


F.


Hai idea di cosa stai facendo?


R.


Sei ancora in tempo. Sei ancora in tempo per non fare questa cazzata.


U.


E ammesso che ti risponda, cosa ne ricaverai? Lascia perdere. Non è da te.


M.


Sei un povero stupido. Un inutile povero stupido con la testa piena di stronzate.


O.


Fuori c'è il sole. È sabato. Tu sei davanti al computer. Ti rendi conto?


A.


Stefano. Stefano. Stefano.


S.


Vattene. Ti prego. Fallo per te stesso.


A.


Bene. Lo hai scritto. Complimenti. Il tuo fottuto vocabolario minimo.

Ma adesso.

Non premere “INVIO”.


Il tempo si ferma. L'occhio di Stefano rilegge la frase scritta in due secondi.

Il tempo dell'universo intero è immobile.

Il respiro è trattenuto.


Click.


La frase viene trasferita in mezzo secondo sulla bacheca dei messaggi della ragazza.

Sulla bacheca dei messaggi di Tanja.

Tanja.

Tanja.


Il mondo ricomincia a respirare.


Perché lo hai fatto?

Era sabato, c'era il sole. L'autunno quell''anno non ne voleva sapere di arrivare.

Potevi approfittarne. E fare qualcos'altro.

Qualunque altra cosa. Ma non di entrare in quel sito.


Adesso è tardi.


Sulla bacheca di lei compare la frase.


Stefano dice: “Este foarte frumosa”.

Stefano dice: “Sei bellissima”.


Cazzo. Potevi almeno impegnarti di più. Poeta dei miei coglioni.


Adesso. Finalmente. Si alza. Esce dal sito. Spegne il computer seguendo passo per passo la consueta procedura di arresto del sistema.


Sei fottuto.


Sorride.


Da qualche parte nell'universo è esplosa una stella.





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